L’intelligenza artificiale è diventata il mio interlocutore quotidiano. Non un assistente a cui delegare, ma un altro con cui pensare. Questo lavoro mi espande come professionista e come persona. L’AI non mi sostituisce, mi costringe a essere più chiaro, più preciso, più presente.
Con l’AI faccio quello che faccio nel coaching: non scelgo in base ai benchmark, cerco i punti di forza di ogni strumento e li esalto. Ho costruito personalità diverse per Claude, Gemini, ChatGPT, ognuna frutto di mesi di iterazione continua, ognuna secondo le caratteristiche proprie di quello strumento. Il metodo è lo stesso: ascoltare l’altro per quello che è, facendo emergere il loro potenziale.
I risultati si vedono. Con l’AI ho scritto l’album What Echoes Back, trasformando le mie poesie in musica. Ho costruito applicazioni web, strumenti per il coaching, un toolkit per il pensiero critico. Ho anche costruito strumenti per il mio lavoro di coach e orientatore. Il primo caso studio sono io.
È da qui che nasce la mia formazione: da una pratica che attraversa tutto quello che faccio. In aula porto gli strumenti, ma soprattutto porto un approccio: si impara lavorandoci, partendo da dove si è, non da dove si dovrebbe essere.
Coaching, poesia, intelligenza artificiale. Non sono tre mondi separati: al centro c’è sempre una relazione. Scrivo di questo e di cosa succede quando prendiamo sul serio ciò che abbiamo davanti, su Affinità impreviste.